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Eccidio Villa Cadè

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L’eccidio di Cadè è stato un crimine di guerra nazista compiuto il 9 febbraio 1945 presso l’omonima frazione del comune di Reggio Emilia da un reparto della Wehrmacht contro un gruppo di ventuno partigiani. La sera del 7 febbraio una colonna di automezzi tedeschi venne assalita dai partigiani sulla Via Emilia nei pressi della frazione Reggiana di Cadè. L’assalto provoca la morte di tre militari tedeschi ed il ferimento di altri. In rappresaglia per l’imboscata i tedeschi prelevano dalle carceri di Parma e Ciano d’Enza ventuno partigiani, per lo più provenienti dalla provincia parmense e giovanissimi. Una volta giunti, la mattina del 9 febbraio, a Cadè le vittime vennero fatte allineare sulla via Emilia all’altezza del bivio per la località Quercioli e fucilati. I corpi dei ventuno martiri vennero lasciati per tre giorni sul ciglio della via Emilia come monito alla popolazione civile. Successivamente venne autorizzata la tumulazione delle salme presso il cimitero di Cadè. Le salme, a guerra finita, poterono essere riconosciute grazie al fatto che il parroco locale si era premurato di fotografare i cadaveri, di numerare le salme e di prelevare dagli abiti di ognuna delle vittime un pezzo di stoffa.

« Non è mai semplice parlare e affrontare, o anche solo affacciarsi timidamente davanti alla tragedia e alla storia di ventuno vite troncate, ventuno vite rubate all’affetto delle famiglie e falciate senza pietà, senza cadere nella retorica. Occorre quindi ricostruire quel periodo storico, o almeno provarci».

Ha cominciato  così il suo discorso Nicola Maestri, presidente dell’ANPI provinciale di Parma, recitato durante la commemorazione dell’eccidio. Ricorda coloro che hanno lottato per la libertà, la forza che li ha spinti e il coraggio che li ha accompagnati.  Ricorda la loro storia e la triste sorte che gli è capitata, ricorda tutto ciò che hanno perso, la libertà, la casa,la famiglia, la vita. 21 vite stroncate perché rincorrevano un sogno di libertà, hanno perso tutto ciò che avevano, uno di loro qualcosa in più, su quella terra il partigiano ignoto, ha dovuto lasciare anche il nome.

« Quando si pensa all'ignoto, scorrono visioni sul nulla, sul vuoto, sull'infinito, sulla indeterminatezza. Eppure qui all'ignoto corrisponde la vita, il respiro, il battito di cuore, una vita spezzata e smarrita sotto le ali della terra, cenere sparsa oltre ogni orizzonte, senza volontà, e poi, ancora, l'ignoto. Ignoto è il partigiano e centinaia e migliaia di partigiani. Senza nome, cognome, età. Altri, hanno un nome, un cognome. Forse soldato che dopo quel mercoledì del settembre del '43, decise di non consegnare le armi, ma di lottare con le brigate partigiane nostrane. Un uomo, un sognatore, una persona che ha letteralmente sacrificato la sua vita per la nostra. Lui e i venti suoi compagni non li chiamerò eroi, non abbiamo bisogno di eroi.

Ma di esempi sì». Ecco i nostri:

Fausto Abati, Bruno Affanni, Mirko Andreoli, Lino Bottali, Marcello Cavazzini, Elio Dresda, Eugenio Fontana, Luigi Gabelli Serventi, Lino Ghidoni, Arnaldo Ghiretti, Bruno Ghisolfi, Umberto Guareschi, Stefano Mazzacani, Silvio Monica, Angelo Padovani, Ettore Platzech, Flaminio Ragazzi, Paride Saccò, Antonio Schiavi, Caduto Ignoto.


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