01.09.2026 – Sette Martiri

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Buongiorno e benvenuti a tutte e tutti. Saluto con commozione e affetto i parenti delle vittime. Saluto e ringrazio il Sindaco e tutte le autorità presenti. Porto il saluto del Comitato Provinciale di ANPI Parma e delle altre Associazioni partigiane ALPI e ANPC. Il 1 Settembre non è per me come per questa città una data come un’altra, per questo ricordarlo non è retorica e nemmeno più un’azione scontata. Questo è il quinto anno che mi vede presente alle celebrazioni nella veste di presidente provinciale di ANPI Parma e sarà in questo ruolo anche l’ultimo. Dal prossimo anno tornerò a partecipare come semplice cittadino e familiare delle vittime.  Il 1 Settembre di ogni anno noi tutti ricordiamo e celebriamo una delle pagine più nere e ignobili della nostra città: lo facciamo qui, insieme, perché lo facciamo anche fuori da qui, individualmente. Ed è importante avere consapevolezza che nessuno di noi là fuori sia da solo, ma anche che nessuno debba mai restarlo. Da questo barbaro e disumano eccidio Parma, con la sua parte e le sue forze migliori, ha avuto la forza e la dignità di risollevarsi anelando alla Liberazione attraverso quella Resistenza che ha cambiato la storia d’Italia, la storia di ognuno di noi, con la sconfitta del nazifascismo. Vent’anni di lotte antifasciste, anni durante i quali decine di migliaia di italiani sono stati perseguitati, arrestati, confinati, deportati e uccisi perché contrari al regime fascista.

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Ed è importante ribadirlo e ricordarlo per ribadire e ricordare che la libertà e la democrazia non sono doni ma conquiste, raggiunte con la lotta pagando sacrifici durissimi e quindi da mantenersi solo con altrettanta lotta. In questo senso ricordare è militare, battersi e parteggiare. Essere partigiani della memoria in un momento storico in cui i diritti dei lavoratori, delle donne, l'inviolabilità delle persone, dei corpi e della Costituzione stessa sono tornati sotto attacco. In un momento storico in cui si moltiplicano episodi di violenza, inizialmente verbale e poi come sempre fisica, di revisionismo storico, di ricostruzioni fallaci, di manipolazioni disinformative e misinformative indubbiamente criminali, nonché di aperta apologia del fascismo, di programmi politici in manifesta opposizione all’ordine democratico, repubblicano, Costituzionale e soprattutto umano.

È nuovamente il tempo del buio della politica, dell’odio e della paura, è nuovamente il tempo però di anche tutti noi, è il tempo di non cedere, è il tempo di non credere, a chi ha soluzioni semplici per problemi complessi, a chi cerca nemici per calmare l’insoddisfazione che proprio la stessa mentalità chiusa, gretta e miope ha causato. È il tempo, permettetemi, di alzare lo sguardo, alzarlo per vedere che in alto stanno i nostri problemi e allo stesso tempo per scostarli nel guardare all’orizzonte che ci chiede di essere curato e poi ammirato. Ma è il tempo anche di abbassarlo finalmente questo sguardo per vedere chi di quei problemi soffre veramente, chi non ha mai smesso di subire una società basata sullo sfruttamento, sulla gerarchia, chi è costretto dalle cinghie dei circuiti culturali, informativi, lavorativi di classi sociali destinate e predestinate a mondi diversi, apparentemente inconciliabili le cui implicazioni vengono troppo spesso ignorate.

Sta a noi ricostruire i fili della sofferenza nel darle un’origine e un nome comune, e non possiamo farlo senza ricordare e commemorare chi, dal fondo di queste classi, dalla miseria e dalla sofferenza, non ha mai perso la dignità, la lucidità, la consapevolezza e il coraggio per metterci oltre a tutto il resto anche la propria vita, anche la propria morte. E andrebbe ricordato anche a chi oggi siede su scranni pagati col sangue, non lo stesso di chi li occupa, così come ad ampie fasce del nostro paese, come fa Bernardo Bertolucci sul finire di Novecento, che  i fascisti sono sempre stati e sempre saranno dalla parte dei padroni. Oggi, come il 25 aprile, come sempre, è invece doveroso, necessario, parlare apertamente di antifascismo. E farlo, oggi, non è come vogliono farci credere roba vecchia, “storia superata”, è guardare il presente con le lenti di coloro a cui è stato tolto un futuro e a cui per questo è inaccettabile tentare di cancellarne anche il passato.

Celebrare oggi questo giorno significa non permettere a nessuno di riscrivere la storia antifascista di questo Paese. Perché il fascismo non è di certo finito il 25 aprile 1945. È stato battuto, certamente, ma non sconfitto. Sergio Mattarella in visita alcuni anni fa ad Auschwitz-Birkenau non casualmente pronunciò queste parole: “Coltivare la memoria, contrastare odio, pregiudizio e indifferenza, non sono impegni dai quali si può deflettere, soprattutto adesso”. Perché l’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’indifferenza, la violenza, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli. E per questa ragione non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni neofasciste di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base per la pace e per la giustizia sociale.  Siamo qui oggi a rendere omaggio e fare memoria dei 7 antifascisti, cittadini inermi torturati a lungo con atti di una violenza e di una disumanità inaudita da parte della brigata nera, perché è bene ricordarlo ancora una volta, questo è un eccidio perpetrato da italianissimi fascisti.

Al tempo stesso ricordiamo anche i milioni di cittadini assassinati da un regime sanguinario come quello nazista che, con la complicità dei regimi fascisti europei e dei padri politici di chi oggi si definisce falsamente patriota, consegnarono propri concittadini alla morte, macchiandosi di crimini  orrendi contro l’umanità. Il 1 Settembre è quindi coltivare. Onorare. Preservare. E le istituzioni hanno il dovere di onorare e preservare la memoria del sacrificio delle antifasciste, degli antifascisti, delle partigiane, dei partigiani e di tutte le vittime del nazifascismo. Ma hanno anche il dovere di non disperdere tale sacrificio, insieme a tutti noi, perché le istituzioni siamo noi, dobbiamo essere noi, rivendicare di esserne gli unici referenti. Come facciamo ogni anno ormai da molto tempo torniamo qui oggi non per adempiere a un rituale, ma per rispondere a un’esigenza profonda che sentiamo rinnovarsi continuamente in noi. Nessuno ci obbliga. Nulla ci spinge, se non il richiamo insopprimibile che proviene dalle radici fondanti dell’antifascismo, del nostro pensare e del nostro agire, che qui affondano nel terreno fertile della testimonianza. Il bisogno di ritornare alla sorgente del nostro esistere come uomini liberi e come persone, che qui sgorga dai segni lasciati dalla Storia.

Siamo liberi di pensare e di agire, perché da oltre ottant’anni ci nutriamo dalla linfa di queste radici. Possediamo la dignità di “persone”, perché da oltre ottant’anni beviamo l’acqua di questa sorgente. Per questo siamo tornati e continueremo a tornare. Per questo non ce ne andremo mai. Abbiamo bisogno di riempire un vuoto di empatia per i più deboli. Abbiamo bisogno di umanesimo, soprattutto se l’altro da noi è perseguitato, cacciato dalla sua casa o privo di casa, deportato, disumanizzato. Questa è l’impronta che ha segnato la parte migliore della nostra civiltà. La parte peggiore la conosciamo forse di più ed è fatta di guerre, stragi e genocidi. È fatta da quella parte di persone e quindi di istituzioni che non riconosce i crimini e i misfatti perpetrati dal regime fascista e ritiene di non dover presenziare mai e sottolineo mai, alle celebrazioni in ricordo di chi ha sacrificato la propria vita per tutti quanti, e non solo per i suoi.
Per chi cerca una curiosa riappacificazione, autoponendosi peraltro dalla parte dei fascisti e quindi fuori da questa Repubblica sarà ben contento di scoprire come qui si ricordano indelebilmente e lucidamente tutte la parti, ben in grado però di stare nella realtà (anche quella passata, non si preoccupi la presidente del Consiglio) e di distinguere tra chi moriva per opprimere e chi invece per liberare, per resistere e per esistere.

Solo dalla memoria del nostro passato possiamo trarre la forza per opporci a nuovi crimini inenarrabili contro l’umanità e per avanzare di questa un’ idea inedita e alternativa, forse l’ultima che ci è concessa. 

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25.8.2026 – Commemorazione Mariano Lupo

Giulio Varacca Comitato Provinciale ANPI Parma

Gent.mi familiari di Mariano, Sindaco Guerra, Autorità, Amici, Compagni, a voi tutti giungano i saluti del Comitato Provinciale ANPI Sono passati 54 anni da quell'estate. Allora l'Italia era attraversata da un profondo risveglio sociale e dalla richiesta di dignità, emancipazione, libertà. Si chiedeva la piena applicazione della Costituzione nella realtà quotidiana. Impegno, per altro, che resta ancora attuale E così a caratterizzare la decade degli anni Settanta arrivarono lo Statuto dei Lavoratori, la legge sul divorzio, ribadito anche referendum popolare, e fu la prima volta, e ancora le tutele per la maternità, gli asili nido pubblici, la riforma del diritto di famiglia, la nascita delle Regioni, il Servizio Sanitario Nazionale. Non furono conquiste concesse dall'alto, ma frutto della straordinaria spinta delle lotte dell’Autunno Caldo del movimento operaio, dei movimenti studenteschi, delle lotte straordinarie del femminismo, del sindacato, dei partiti progressisti. Ma proprio mentre la democrazia avanzava, la reazione eversiva non tardò a manifestarsi.

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Quando alle domande di riscatto e di emancipazione non si seppe oppure non si volle rispondere sul piano politico, la risposta delle forze reazionarie divenne quella che Antonio Gramsci aveva individuato come fondante e identitaria del fenomeno fascista: la violenza.

E così alle domande di dignità, di emancipazione, di lavoro si rispose con le pistole;

alle domande di giustizia sociale con le bombe; 

alle domande di partecipazione democratica con la paura.


È da qui che dobbiamo partire per comprendere l'omicidio di Mariano Lupo.


Mariano è un ragazzo di soli 19 anni, operaio edile, emigrato a Parma per trovare paga e dignità nel lavoro. Lavoro che non trova nella sua Sicilia. Le istanze di quei giorni sono le sue e le rivendica militando nella sinistra extraparlamentare, in Lotta Continua, con la forza di quel pensiero comunista che insieme alle culture cattolica, socialista, liberale e azionista repubblicana, ha sconfitto il nazifascismo e scritto - scritto!  e vale la pena ricordarlo sempre - la nostra Carta costituzionale.

E quello di Mariano — "Mario" per i Compagni — è un impegno quotidiano. Un impegno ben noto ai fascisti, tanto che un mese prima, il 28 luglio, lo aggrediscono per la partecipazione alle denunce contro lo squadrismo nero. Denunce contro violenze fisiche, contro gli attacchi alle sedi antifasciste della città, compreso l’attacco con bottiglie incendiarie all’ospedale psichiatrico di Colorno, allora occupato da studenti e lavoratori. Occupato la dignità dei malati ! Sono gli anni di Basaglia, Tommasini, della legge 180 

Di fronte a questa spinta democratica, che vede tra i suoi protagonisti anche Mariano, scatta la risposta fascista. E Mariano viene riconosciuto, aggredito e assassinato, secondo la consueta prassi squadrista: il branco contro uno. Solo, indifeso. Per quel delitto verranno inquisiti e condannati, fascisti locali, militanti del MSI  vicini ad Ordine Nuovo.


Come stabilirà la sentenza definitiva, in modo chiarissimo: si trattò di omicidio politico. Questo significa per noi Mariano Lupo

Ed è per questo motivo che la scelta effettuata dall'Amministrazione Comunale di Parma di intitolare una strada a Mariano, proprio nei pressi del luogo in cui fu barbaramente ucciso, è un atto dal grande valore simbolico e profondamente antifascista. Atto doveroso, ma per il quale ringraziamo con trasporto: perchè è tutta la città di Parma, medaglia d’oro per la Resistenza, che riconosce formalmente e ufficialmente il sacrificio di questo giovane operaio, consacrando la sua memoria a nuova figura della Resistenza democratica del Paese, un vero e proprio "nuovo partigiano" di diritti e libertà.

Ecco che ricordare Mariano Lupo – anche nella toponomastica della nostra città – non è un tributo nostalgico. È un dovere politico e civile che parla direttamente al nostro presente. 

Mariano ci parla di allora, certo: degli anni Settanta, quando lottava per un paese più giusto e l’eversione nera colpiva per impedire che la Costituzione entrasse nelle fabbriche e nella società. 

Ma Mariano ci parla di oggi, invitandoci a lottare per impedire il tentativo sistematico di svuotare, quella stessa Carta, dall'interno.

Guardiamo all'Italia di oggi con profonda preoccupazione. Assistiamo a un disegno coordinato e strutturato che intende scardinare l'architettura della nostra Repubblica e riscrivere il patto sociale nato con la Costituzione. 

Si pensi ai tentativi di riscrittura dell'assetto istituzionale e alle tentazioni di leggi elettorali maggioritarie e truffaldine.

Riscrittura con cui si punta a concentrare il potere nell’esecutivo, riducendo la centralità del Parlamento - immaginandone evidentemente il superamento - ed assegnando la rappresentanza democratica a mero orpello.

Ma ciò che inquieta di più è la parallela compressione degli spazi di confronto democratico. Attraverso un uso distorto, quasi patologico, della decretazione d'urgenza, dei cosiddetti "decreti sicurezza", si sta costruendo un clima di penalizzazione e criminalizzazione del dissenso sociale. 

Si risponde con il codice penale e con le strette repressive a chi protesta per il clima, a chi sfila per il lavoro, a chi esprime un'idea diversa di società, a chi lotta per la Pace, contro la Guerra, contro il genocidio a Gaza! Si vuole una cittadinanza silenziata, passiva, addomesticata.

E a questa stangata contro le libertà democratiche si accompagna un’offensiva culturale e revisionista, che parte dalla gogna mediatica dei social, ed arriva ad investire, in modo assai più preoccupante, i vertici stessi dello Stato.


Con la consueta calma e pacatezza che ci distingue, ma con altrettanta, necessaria fermezza e lucidità, avvertiamo il dovere civile di denunciare questo grave e continuo tentativo di revisionismo storico. 

Affermare che il giudizio sul fascismo sia variabile, quasi dipendesse dallo sguardo di chi c’era allora o dalla prospettiva di chi osserva oggi — come dichiarato di recente dalla Presidente del Consiglio — rappresenta un’affermazione gravissima e del tutto inaccettabile. Ridurre la pagina buia del Ventennio a una semplice questione di percezione temporale significa tentare di assolvere una dittatura che ha soppresso la libertà, distrutto la democrazia, perseguitato con torture e omicidio gli oppositori, emanato le leggi razziali e trascinato l'Italia nella tragedia della guerra.

È la stessa impostazione ideologica che ritroviamo nelle riletture degli accadimenti di Viale Abruzzi a Milano dell’agosto ‘44, oppure nei preoccupanti inviti a proseguire ipotetiche e strumentali piste d'indagine sulla strage di Bologna — questa volta ventilate dal Presidente del Senato — che ignorano le verità processuali definitive sulla matrice neofascista, infangando il lavoro della magistratura e la memoria delle vittime. 

Fino ad arrivare alle farneticanti dichiarazioni di un consigliere comunale di Genova, volte ad attribuire presunti meriti nella salvezza del porto alla Xª MAS: reparto criminale responsabile di torture, esecuzioni sommarie e spietati rastrellamenti contro partigiani e civili.

Tentativi maldestri di alterare la verità che abbiamo visto applicare, purtroppo, anche a fatti accaduti lo scorso ottobre proprio nella nostra città. Di fronte alle canzonacce fasciste sbraitate dentro e fuori la sede locale di Fratelli d'Italia, sempre il presidente del Senato ha avuto l’ardire di derubricarli ad una marachella di semplice "folklore".

No, non è folklore!

Non sono folklore i canti nostalgici del ventennio! Non è folklore celebrare la marcia su Roma. Non è folklore l'apologia del fascismo. E non è folklore quella violenza ideologica e materiale che oggi si ripropone, come nel recente vile tentativo di incendiare la sede del Fronte Comunista nell’Oltretorrente di Parma. Non è folklore, bensì la stessa matrice culturale del ventennio.

Una offesa alla storia antifascista di questa città, una ferita alla memoria di chi per la democrazia ha dato la vita, sulla Barricate e nella Resistenza, prima; ed anche di chi oltre cinquanta anni fa si oppose a quelle violenze, come Mariano Lupo. E per questo abbiamo il dovere civile di non tacere. 

Ci chiede di non tacere anche Mariano con il suo sacrificio. Sacrificio di un ragazzo di 19 anni, immigrato nella nostra città, un militante, che lottava per il riscatto, dignità e emancipazione, caduto, per mano fascista.

Un sacrificio che impone il rispetto e la consapevolezza che Parma era -  è - e resterà, città Antifascista ! 


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5.8.2026 – Commemorazione Barricate 1922

Andrea Rizzi Responsabile Memoria CGIL Parma



Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Care cittadine, cari cittadini, ci ritroviamo oggi in un luogo simbolo di una memoria che appartiene non soltanto alla storia di Parma, ma alla storia della democrazia italiana. Sembrerà retorico e banale ciò che sostengo, ma in questo momento storico è sempre più necessario ribadire che celebrare le Barricate del 1922 significa rendere omaggio a donne e uomini che, in un momento decisivo, scelsero di non voltarsi dall'altra parte. E questo non deve diventare retorico e banale perché c’è molta differenza tra avere il coraggio di scegliere di militare da una parte piuttosto che un’altra come hanno scelto persone del popolo: operai, artigiani, commercianti, madri, giovani, anziani, abitanti dei rioni dell’Oltretorrente, persone diverse per provenienza, estrazione sociale, mestiere e idee, unite però da una convinzione più forte di ogni differenza: quella che la libertà meritasse di essere difesa. [...]

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Le Barricate non furono soltanto un'opera costruita con pietre, carri, mobili, legno, lastroni divelti dalle strade e dai marciapiedi e tutto ciò che il popolo aveva a disposizione, furono un'opera costruita con il coraggio. Furono la dimostrazione che una comunità, quando si riconosce nei valori della giustizia, dell'equità e della dignità umana, può diventare più forte della paura. Dobbiamo cercare di ricreare questo senso di Comunità anche a partire dai quartieri, in un’ottica identitaria in cui l’identità è tale solo se sa relazionarsi, contaminarsi, aprirsi, in grado dunque di proiettarsi verso un’idea di forte collettività e condivisione. In quei giorni dell'agosto 1922,

Parma mostrò all'Italia e all'Europa che il fascismo non era inevitabile. Che all'arroganza della violenza e della protervia si poteva opporre la forza della solidarietà. Che all'odio si poteva rispondere con l'unità. Che la rassegnazione non era l'unica scelta possibile.

Le donne e gli uomini delle Barricate ci hanno lasciato un'eredità preziosa. Non ci hanno consegnato soltanto il ricordo di una battaglia, ma un esempio di responsabilità civile. Ci hanno insegnato che la libertà non è un dono acquisito per sempre, ma una conquista quotidiana, che richiede attenzione, partecipazione e coraggio.

Oggi non siamo chiamati a costruire barricate con materiali di fortuna. Le nostre barricate sono diverse, ma non meno necessarie. Sono le barriere che innalziamo contro l'indifferenza, contro l'ingiustizia, contro ogni forma di discriminazione, contro il linguaggio dell'odio, contro la cultura della sopraffazione. Sono le difese che costruiamo quando scegliamo il dialogo invece della violenza, quando proteggiamo i diritti di chi è più fragile, quando difendiamo la verità dai tentativi di manipolazione, quando ci assumiamo la responsabilità di essere cittadini e non semplici spettatori.

Anche oggi esistono sfide che mettono alla prova la qualità della nostra democrazia. Esistono nuove paure, nuove divisioni, nuove tentazioni di cercare risposte semplici a problemi complessi. Ed è proprio in questi momenti che il ricordo delle Barricate acquista un significato ancora più profondo.

Ci ricorda che la forza di una comunità non nasce dall'esclusione, ma dall'inclusione.

Non dalla chiusura, ma dalla partecipazione.

Non dall'individualismo, ma dal senso di appartenenza.

Appartenere a una comunità significa riconoscere che il destino di ciascuno è intrecciato con quello degli altri. Significa sapere che la libertà dell'uno dipende anche dalla libertà dell'altro. Significa comprendere che la giustizia non è un privilegio da difendere, ma un bene comune da costruire insieme.

Le Barricate del 1922 ci parlano ancora perché furono il simbolo di una città che non accettò di rinunciare alla propria dignità. Una città che comprese come il coraggio non fosse l'assenza della paura, ma la capacità di scegliere ciò che è giusto nonostante la paura.

Per questo oggi il nostro ricordo non può essere soltanto commemorazione. Deve essere impegno. Impegno a custodire i valori costituzionali che da quella stagione di lotte hanno trovato piena realizzazione.

Impegno a difendere la democrazia ogni volta che viene indebolita dalla disinformazione, dall'intolleranza, dalla violenza o dall'indifferenza. Impegno a trasmettere alle giovani generazioni non soltanto i fatti della storia, ma il loro significato.

Le Barricate ci insegnano che nessuno costruisce il futuro da solo. Si costruisce insieme, come insieme furono costruite quelle difese improvvisate che divennero il simbolo di una resistenza morale prima ancora che materiale.

Che questa memoria continui a essere una guida.

Che il coraggio di allora alimenti la responsabilità di oggi.

Che il senso di comunità che rese forte Parma nel 1922 continui a ispirare il nostro cammino.

E che, ogni volta che saremo chiamati a scegliere tra indifferenza e partecipazione, tra paura e solidarietà, tra egoismo e bene comune, sapremo essere degni dell'esempio che quelle donne e quegli uomini ci hanno lasciato.

Perché le Barricate non appartengono soltanto al passato.

Sono una responsabilità affidata al nostro presente.

E saranno una speranza per il futuro.

Viva Parma, viva la libertà, viva la democrazia.

Viva le barricate che si oppongono alla violenza fascista vecchia e nuova.

Per citare le parole di Albertina Soliani: “I capi stanno facendo deragliare il mondo. Solo i popoli possono fermarli. Noi siamo i popoli.”

Balbo, té pasé l’Atlantic mo miga la Pärma!


Carmen Motta Presidente Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea Parma

Ringrazio per il consueto invito CGIL Parma. Saluto , anche a nome di Isrec, Il Sindaco Guerra , il Consigliere Torreggiani in rappresentanza della Provincia, Nicola Maestri in rappresentanza delle Associazioni Partigiane e tutti/e voi presenti. 104 anni dall'agosto 1922. I fatti sono testardi, lo credo da sempre, ce lo insegna la storia. E questo monumento ce lo ricorda con i nomi dei protagonisti di allora, persone, quindi vite vere, che non si arresero, non accettarono il dato di realtà della marcia inarrestabile del fascismo nel paese. Illusi? Inconsapevoli? Non penso, certamente non chi guidava, come Guido Picelli, la rivolta contro Italo Balbo e il numero soverchiante delle sue milizie squadriste responsabili, da tempo, di aggressioni efferate contro lavoratori, civili e antifascisti. [...]

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Quegli "Arditi" ci credettero, ci provarono, chiesero al popolo dei quartieri popolari di stare unito, unito!!, di vincere la paura, di lottare per tutta la città!! E vinsero. Una battaglia, certo, fu per poco, ma posero le basi, le radici della successiva resistenza antifascista.

Le Barricate del '22 furono l'evento politico-sociale più carico di valore simbolico per la storia di Parma del '900 e lo divennero per l'Italia, mirabilmente onorato da Attilio Bertolucci nella poesia incisa su queste lastre, il cui verso finale " vincenti per qualche giorno vincenti per tutta la vita" ci ricorda, per sempre, che nella sciagurata estate del 1922, preparatoria della lunga nera notte della dittatura, da Parma arrivò il monito che si doveva lottare per riconquistare la democrazia, la libertà, i diritti inalienabili della persona, diffondendo semi profondi per il riscatto dell'Italia.


Ieri, oggi, domani, cosa ci comunicano quei fatti "testardi" del '22?

Quale il loro valore?

Come possono parlare alle giovani generazioni?


Con un "fatto" fondamentale certo, che la storia ci consegna; paura, ignoranza, egoismo, disumanità, poteri assoluti, fanno implodere il mondo. Tutto, senza eccezioni.


Agli smemorati, ai pifferai dell'odio, ai negatori della nostra storia, e non solo, ai commentatori pelosi che non vogliono pronunciare parole nette, pur ricoprendo alti ruoli istituzionali, a loro ribadiamo e ribadiremo che l'antifascismo, la Resistenza, la Costituzione sono il frutto corale di vite umane che ci hanno creduto fino alla morte, che non si sono arrese, che hanno sperato senza alcuna certezza sul proprio e altrui destino, con la straordinaria consapevolezza, però, che il loro impegno e la loro lotta sarebbero stati decisivi per il futuro.


La nostra Costituzione è il fatto inequivocabile della loro vittoria per tutti/e. Senza se e senza ma.

Il faro che ancora ci guida e, perchè no, ci conforta in questi tempi di memoria labile e di scarsissima coscienza morale prima ancora che politica e storica.

E' la sfida di sempre che raccogliamo anche oggi con passione civile e amore, sì amore, per l'Italia democratica e un mondo più umano.


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12.7.2026 – passaggiata sul Monte Caio

Ambra Lazzari Presidente ANPI Corniglio

Domenica 12 luglio il Monte Caio ha fatto da cornice a una camminata della memoria promossa da ANPI, un'iniziativa che ha ripercorso i principali luoghi e momenti dei rastrellamenti del 1944. L'evento ha visto la partecipazione di numerose associazioni e realtà del territorio accomunate dall'impegno per la tutela della memoria storica e dei valori della Resistenza. [...]

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Le sezioni ANPI di Corniglio, Monchio-Palanzano e Tizzano hanno organizzato l'iniziativa insieme a FIAB Parma Bicinsieme, con l'accompagnamento musicale e narrativo di Riccardo Dodi, dell'ANPI di Varano de' Melegari*. Alla giornata hanno preso parte anche i soci delle sezioni ANPI di Sala Baganza, Parma – Sezione Laura e Lina Polizzi, Traversetolo e Sorbolo.

L'iniziativa si è trasformata in un significativo momento di riflessione collettiva, scandito dal cammino, dagli incontri e dalla condivisione delle testimonianze legate a una delle pagine più drammatiche della storia del territorio. Un'occasione per rinnovare il valore della memoria come strumento di conoscenza e consapevolezza, ribadendo l'attualità dei principi di democrazia, libertà e antifascismo che animarono la Resistenza. La partecipazione di tante associazioni e cittadini ha confermato come il fare rete rappresenti uno degli strumenti più efficaci per custodire il patrimonio storico e trasmetterlo alle nuove generazioni. Un impegno condiviso che guarda al futuro, nella convinzione che la memoria, coltivata insieme, costituisca il fondamento di una società più consapevole e democratica

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82° anniversario della Battaglia di Luneto del 14 luglio 1944

POZZOLO, 12 LUGLIO 2026

ORAZIONE UFFICIALE

Stefano Cresci Vice Presidente COMITATO PROVINCIALE ANPI PARMA

Buongiorno a tutti,

ringrazio le autorità civili, le Associazioni e tutti voi intervenuti per questa importante commemorazione e il parroco dal quale abbiamo ascoltato parole semplici e profonde, che hanno toccato il nostro cuore e la nostra mente. Il combattimento avvenne il 14 luglio 1944 dal bivio di Luneto fino al Mulino di Pozzolo. Era in atto un rastrellamento, i partigiani del distaccamento Forni avevano il compito di contrastare l’avanzata da Pellegrino delle truppe Tedesche, al fine di consentire alle formazioni di stanza a Bardi di ritirarsi. Lo scontro fu durissimo e, nonostante i tedeschi fossero superiori in armi e uomini, subirono gravissime perdite e poterono raggiungere Bardi solo dopo due giorni, quando i resistenti si erano ormai allontanati da quella zona. La battaglia di Luneto, che qui ricordiamo, costò la vita a cinque partigiani: Rolando Vignali “Kruger “, a cui fu assegnata la medaglia d’oro al valore militare; Vittorio Sorenti “Tempesta”, Carlo Bottoni “Tom”, Emilio Vignali “Tego”, Armando Leone “Carlos”, tutti decorati con la medaglia d’argento al valore. Due furono i feriti, colpiti dalla stessa mitragliatrice Roberto

Mazzoni (un proiettile gli trapasso l’intestino senza ledere organi vitali) e lo stesso Comandante del Distaccamento “Forni” era il Salsese Luigi Marcoaldi, nome di battaglia “Vittorio”, allora ventunenne colpito gravemente al braccio destro. Amputato l’arto ebbe però così salva la vita. [...] 

continua

[...]

Nei giorni scorsi - vi confido - mi sono lungamente interrogato sulle parole da pronunciare in questa importante occasione. Parole non retoriche o di circostanza di fronte a tale simile tragedia.

Mi sono venute in mente solo domande, da pormi e da fare a voi che siete qui intervenuti. Onorare la memoria di quei ragazzi, il più anziano aveva 24 anni, è comportarsi quotidianamente seguendo i valori rappresentati pienamente nella Carta costituzionale, ove non compare mai la parola antifascista perché non ve n’era il bisogno. Infatti, la società disegnata in quel mirabile documento dai Resistenti, appartenenti alle più svariate aree politiche, era plasticamente antitetica a quella della violenza, della sopraffazione e del nepotismo voluta dal regime fascista, di cui qualcuno oggi incredibilmente ha ancora nostalgia.

A questa deriva culturale evidente dobbiamo anteporre la nostra libertà e la volontà di essere parte della nostra comunità o dell’Umanità intera. Infatti, per essere pienamente liberi bisogna partecipare attivamente alla vita pubblica e incontrare altre persone per proporre un mondo

diverso, più umano e giusto. Un mondo dove l’Altro non è un nemico da dileggiare o distruggere, ma una persona che vive la sua esistenza insieme a noi e merita il nostro rispetto.

Essere liberi non significa fare tutto ciò che si vuole: la libertà si sostanzia nella possibilità di essere soggetti attivi di ogni decisione che ci riguardi, senza delegare ad altri il compito di indirizzare le nostre vite.

Solo la partecipazione attiva alle vicende della nostra vita ci può affrancare, può darci la possibilità di confrontare le nostre idee, di condividerne altre ed in definitiva di vedere

affermata la nostra vera libertà. 

Partecipazione, è questa la via da perseguire per affermare il nostro diritto/dovere di essere uomini liberi; per realizzare, infatti, un Paese dove tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, e per riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell'uomo, è necessario però l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Partendo proprio da quei doveri, alla base della società immaginata dai Padri costituenti, vorrei allora porvi alcune domande: 

Concorriamo alle spese pubbliche, versando le tasse in ragione della nostra capacità contributiva?


Siamo fedeli alla Repubblica e osserviamo costantemente la nostra Costituzione e le leggi?


I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche adempiono con disciplina ed onore ai loro

compiti?
E noi vigiliamo attentamente sul loro operato?


Utilizziamo quotidianamente parole di pace e di umanità, contrastando le ingiustizie e la

violenza?

Difendiamo e protestiamo quando si ledono diritti inviolabili, per esempio, quello della salute?


Ci ribelliamo alla distruzione del sistema culturale e al piegarsi a logiche mercantili della Istruzione pubblica?


Senza il diritto universalistico alle cure sanitarie, un accesso all’istruzione di qualità per i nostri giovani, un sistema culturale e di informazione evoluti un Paese può dirsi veramente democratico?


Ci indigniamo per la distruzione sistematica dell’ambiente in cui viviamo e per la continua cementificazione del territorio?

Ci comportiamo nel nostro quotidiano con coerenza

salvaguardando i luoghi in cui viviamo?


Di fronte allo schiavismo moderno, dilagato anche nel nostro Paese, e alle disuguaglianze sostanziali ormai palesi, concretamente cosa stiamo facendo?


Ci stiamo impegnando in prima

persona?


I continui inneggiamenti al Fascismo, effettuati da persone elette e/o sedute in Parlamento, sono comportamenti accettabili?


Non dobbiamo sentirci impotenti, ogni cambiamento parte dalla singola scelta di ognuno di noi e “Kruger” con i suoi compagni certamente hanno dovuto affrontare sfide molto più impegnative delle nostre, affrontando violenze, guerre e miseria, per noi non immaginabili fino alle estreme conseguenze.


Ora vi lascio alle giuste riflessioni, con l’impegno di seguire concretamente i valori indicati dalla Costituzione,  partecipando alla vita pubblica e coinvolgendo altre persone per migliorare questo mondo.

Tutto ciò onorerà la memoria di questi giovani uomini morti per consegnarci un Paese libero, democratico e in pace.

Perché come diceva il mai ricordato abbastanza Vittorio Foa: “Se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare; la scelta è tra un mondo di possibilità e

un mondo di fallimenti”.

Viva la Resistenza

Viva la Repubblica Italiana 

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