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Claudio Pavone, La mia Resistenza - Di Santo Peli

Claudio Pavone

Questa recensione è uscita nel 2015 sulla rivista “Storia e problemi contemporanei”, n. 70. Ringraziamo lo storico Santo Peli per averci concesso di ripubblicarla sul nostro sito.

 

 

Con la sua più recente opera Claudio Pavone, da sempre assai schivo di notazioni e riferimenti alla propria personale esperienza, offre finalmente agli studiosi e a tutti coloro che da decenni hanno fruito del suo magistero storiografico i suoi ricordi della stagione resistenziale, che invece non aveva «voluto in nessun modo usare tra le fonti» della sua ricerca storica sulla Resistenza. Per chi continua a ritenere fondamentale il suo Saggio sulla moralità della Resistenza, si tratta di un dono prezioso, se è vero che, come lui stesso sottolinea nella Prima lezione di storia contemporanea, «la prima cosa da contestualizzare è lo storico stesso»[1].

La mia Resistenza è dunque, prima di tutto, un’opera di contestualizzazione di se stesso; anche se non dichiaratamente, l’autobiografia resistenziale, più che una semplice sistemazione di ricordi, è un campo d’indagine, il più difficile: qui la distinzione fra ciò che si pensava allora e ciò che si è compreso poi è ardua, ma indispensabile. Già venticinque anni fa, nel licenziare il suo libro più importante, Claudio Pavone avvertiva che «chi nei suoi anni giovanili è stato avvolto da uno di questi grandi eventi stenta a trasmetterne tutta la ricchezza alle nuove generazioni e, se cerca di farlo con una ricerca storica, nella selezione delle fonti si insinua la silenziosa selezione compiuta in tanti anni dalla memoria»[2]. Ciò che è vero per una ricerca storica non è meno vero per un’autobiografia, tanto più per l’autobiografia di un intellettuale.

L’A. rivendica di aver voluto rievocare esclusivamente i propri ricordi personali «prescindendo dalle ricostruzioni storiche»; resta il fatto che i ricordi personali di un intellettuale precoce e instancabile come Claudio Pavone, fatalmente (e fortunatamente per noi) sono «connotati dallo stretto intreccio fra avvenimenti privati e grandi eventi pubblici, con un rapidissimo rinvio di significati tra gli uni e gli altri» (p. 7). Sciogliere completamente questo intreccio non è davvero possibile; il rigore metodologico dell’autore si concretizza dunque in una costante tensione alla sincerità verso se stesso e verso il lettore; giudizi, impressioni, interpretazioni della propria esperienza, e del generale contesto, sono sempre messe sotto osservazione, e continua da parte dell’A. è la percezione del rischio di possibili sovrapposizioni fra l’“allora” e il presente. Ne risulta un’avvincente ricerca della verità, in una ineliminabile oscillazione tra consapevolezza della irriducibile complessità delle vicende umane e necessità di chiarire e sistematizzare il corso degli eventi.

Del resto, sull’inattingibiltà di verità assolute, Claudio Pavone aveva già richiamato l’attenzione nella sua Prima lezione di storia contemporanea:

«È necessario perciò, nel decontestualizzare e ricontestualizzare, sapere ad un certo punto fermarsi e abbandonare la pretesa di arrivare ai confini del tempo e dello spazio» [3]. 
In questo senso La mia Resistenza si può leggere, credo al di là delle dichiarate intenzioni dell’autore, come una lezione di metodologia storica, caratterizzata com’è dalla naturale propensione a precisare genealogia e mutevolezza delle proprie soggettive percezioni, giudizi e interpretazioni, nel tentativo di «coniugare la consapevolezza di non potere essere “obiettivi” con il dovere di non essere arbitrari, di doversi immedesimare senza rinunciare a prendere le distanze» [4].
 Questa inesauribile interrogazione interseca continuamente la narrazione, che non è mai semplicemente evocazione di fatti, ma contemporaneamente analisi dei materiali (letture, scambi intellettuali, scoperte ed abiure) che costituiscono il filtro, le lenti attraverso le quali i fatti vennero vissuti allora, e progressivamente reinterpretati, nel lavoro storiografico e poi nell’autobiografia.  Del resto, spogliarsi del proprio sapere non è dato, e per chi come lui ha continuato per tutta la vita ad accrescerlo, l’autobiografia è sempre autobiografia intellettuale. In questo senso La mia Resistenza è un diario partigiano del tutto atipico, non solo per l’assenza di significativi fatti d’arme, ma per il rilievo che vi assumono frequentazioni   e incontri, decisivi per fugare i dubbi e le ansie di un giovane intellettuale immerso con particolare intensità in una «ricerca insieme di se stessi e dei rapporti con gli altri che caratterizza la giovinezza» (p. 7).
Che Resistenza è stata quella di Claudio Pavone? 
Dopo l’8 settembre, nell’incertezza del “che fare”, dopo essersi aggirato «pieno di paura e di confusione» «di caserma in caserma», trovandovi solamente i segni dell’abbandono, lo sdegno accelera la decisione di non avere più nulla a che fare con il regio esercito: «Nelle situazioni eccezionali può accadere, e allora accadde a molti, che sia straordinariamente rapido e chiaro il cammino che porta a maturare convinzioni e prendere decisioni irrevocabili»(p. 17); nel suo caso, la scelta di passare immediatamente all’azione. Ma con chi?
Dopo un rapido e totalmente deludente contatto con i democristiani, il momentaneo approdo al Partito socialista di unità proletaria; oltre all’influenza dell’amico Giuseppe Lopresti, che sarebbe poi stato ucciso alle Fosse Ardeatine (p. 21,«Le  amicizie sono state in tutta la mia vita molto importanti»), a decidere la scelta “irrevocabile” è la convinzione della «necessità di un mutamento profondo della società», unito al desiderio di «cambiare me stesso  uscendo dal ruolo di figlio di buona famiglia borghese» (p. 22); il partito d’Azione a Roma si presentava invece nella sua ala moderata, elitaria e, in definitiva, «gente troppo simile a me», e dunque non in grado di soddisfare il bisogno di rinnovamento personale: «disobbedire alle regole, di diritto e di fatto (…) dava una sensazione di conquistata autonomia» (p. 28). 
La breve esperienza romana prima dell’arresto è vivificata dal ruolo di aiutante di Eugenio Colorni, ricco di prestigio politico quanto di «autorità intellettuale e morale» (p. 25). Tra i contatti di allora, un operaio del Poligrafico e un tranviere, uccisi uno alla Storta con Bruno Buozzi e l’altro alle Fosse Ardeatine. Sono solo alcuni dei molti antifascisti frequentati in clandestinità o in carcere, grandi intellettuali (come Colorni e Leone Ginzburg) e semplici operai catturati ed uccisi esattamente come avrebbe potuto accadere anche a Pavone; ed è questa consapevolezza che, senza nessuna drammatizzazione, porta l’autore a sottolineare molte volte la propria fortuna, ed i mille casi che gli permettono di giungere vivo alla fine dell’esperienza resistenziale.  Tutto ciò viene restituito con tratti di leggerezza, con svelta serietà, e nulla concedendo al minimo protagonismo: «la mia attività clandestina era molto modesta». (p. 28)
L’esperienza della clandestinità dura più o meno un mese, fino all’arresto, il 22 ottobre 1943.   La dinamica è degna di un film di Monicelli più che di Roma città aperta; chi ha dimestichezza con il genere delle autobiografie resistenziali non troverà altri esempi di una schiettezza altrettanto implacabile con il proprio dilettantismo, che non richiede, del resto, particolari scusanti:  per Claudio Pavone, come per le migliaia di giovani che si lanciarono coraggiosamente allo sbaraglio, 

grandi motivazioni, e «suggestioni romantiche, risorgimentali, tradizionalmente rivoluzionarie, esaltate dal fascino speciale della vita clandestina» (p. 28), non erano certo bagaglio sufficiente a non commettere ogni sorta di imprudenza, da cui la fortuna salva alcuni, come lui, e impietosamente condanna molti altri ad una fine atroce.

Aggirandosi dopo l’inizio del coprifuoco con una borsa compromettente, contenente alcune copie dell’Avanti della cui distribuzione Pavone si è fatto carico (ma nella borsa anche Etica e politica di Croce e i Salmi, straordinaria sintesi della vita clandestina di un giovane intellettuale ancora incerto tra religione della libertà, cattolicesimo e socialismo) il cospiratore neofita decide d’essere prudente, e deposita la borsa nientemeno che sul sedile di una macchina di grossa cilindrata, apparentemente vuota e col finestrino abbassato, che si rivela essere l’auto di servizio del vice capo della polizia Guido Leto, guardata a vista da due poliziotti che immediatamente lo abbrancano. «Ce n’est pas héroïque, c’est grotesque», commenterà anni dopo lo storico francese Marc Ferro cui Claudio Pavone narra l’episodio con il sorridente candore e la garbata autoironia che lo contraddistinguono. Seguono interrogatori, e infine la lunga detenzione a Regina Coeli, che mette a contatto P. con i politici del VI braccio, quello gestito da italiani, affollato da una varia umanità e da antifascisti di vecchia data, comunisti di antica fede o neofiti, ed un folto gruppo di intellettuali azionisti di grande cultura, tra cui Carlo Muscetta, Leone Ginzburg e Manlio Rossi Doria, suo futuro suocero.

Dopo due mesi. P. viene trasferito a Castelfranco Emilia, (22 dicembre) e qui resta per altri otto mesi, in condizioni materiali durissime, e nel costante rischio, in quanto «materiale umano a portata di mano per le rappresaglie» (p. 60) di essere messo al muro.  Allorquando i fascisti prelevano dal carcere venti “politici” da fucilare sulla piazza di Modena per una rappresaglia contro un’azione partigiana, Pavone vive uno dei momenti più terribili, destinato a lasciare tracce indelebili nel futuro storico della moralità: «sperare di non essere scelto e sapere che questo significata la morte di un altro al posto mio. Più volte mi sono chiesto se la speranza di essere escluso, ancorché del tutto naturale, fosse moralmente condannabile». (p. 68)

Dilemma angoscioso e irrisolvibile, destinato a sovrapporre nel «ricordo incancellabile la soddisfazione e il senso di colpa» (p. 68).

L’arrivo a Milano, la laboriosa scelta di un secondo passaggio alla clandestinità, le ingenuità e le remore che lo trattengono ben al di qua di una diretta partecipazione alla lotta armata, sono narrate senza nessuna concessione ad abbellimenti o censure.

Raggiunta Milano, Pavone si ritrova «incerto e confuso», e non esita a ricordare «la paura che la funzione intimidatoria del carcere era riuscita ad inculcarmi. La vista di uomini in divisa, tedeschi pochi e fascisti molti di varie fogge, mi faceva correre un brivido per la schiena» (p. 82). Solo nel novembre del 1944, la tensione tra paura e senso di colpa per l’inattività trova una soluzione nell’adesione al Pil (Partito italiano del lavoro), «uno di quei rari momenti di felicità creati dalla conquista di un pieno accordo con se stessi. La Resistenza fu per molti anche questo, quali che siano stati i percorsi in essa compiuti, ed il mio fu certo contorto ed abbastanza atipico»; più del «complesso corpo di dottrine e di norme che non so quanti di noi conoscessero bene, io fui attratto soprattutto dal radicalismo che sconfinava nell’utopia» (p. 91). Marx, Lenin, Mazzini, Croce erano disparate fonti di ispirazione per un progetto di «livellamento marxista e carità cristiana, uguaglianza democratica e umanità liberale. Insomma ce n’era abbastanza per attrarre le aspirazioni radicali di giovani che volevano cambiare il mondo ed erano poco inclini alla coerenza teorica» (p. 92).

Sono, ancora una volta, il fascino delle idee, l’altezza del dibattito culturale, l’ansia della chiarezza intellettuale a catturare l’autore, ben più della politica dei grandi partiti; quanto all’impegno in prima persona nella lotta armata, le posizioni teoriche del Pil, pur caratterizzate da un grande eclettismo,  non prevedevano la presa delle armi, e l’opposizione armata a tedeschi e fascisti andava fatta «solo per difendersi se attaccati e per sottrarsi alla deportazione e alla chiamata nell’esercito fascista» (p. 94).

Su questa questione, cruciale in un’autobiografia partigiana, Pavone offre l’ennesimo esempio di una probità intellettuale assai rara, nel carattere degli italiani e anche in ambito resistenziale: «Il mutamento di giudizio storico in me avvenuto non è sufficiente a eliminare tutte le domande che mi pongo sul mio comportamento di astensione dalla lotta armata: e se ci fosse entrata anche la paura?» (p. 97).

Ciò che è certo è che per questo partigiano «atipico» (ma non troppo, si pensi a Emanuele Artom, a Primo Levi, e persino a Luigi Meneghello) «è più facile essere uccisi che uccidere». Non è affatto casuale, dunque, che non vi sia traccia nell’esperienza di Pavone, di quel feticismo per le armi che non è assente da molta iconografia partigiana. La sua pistola d’ordinanza dopo l’8 settembre la nasconde in una pentola, nella casa di un lontano parente che gli serve da saltuario rifugio, e questa finirà poi nel Tevere dopo il suo arresto, misera fine «della mia residua dotazione militare, che del resto non avevo mai adoperato» (p. 29).

La Resistenza di Claudio Pavone è dunque, non casualmente, la resistenza di un non violento, non come scelta etica, quanto piuttosto come presa d’atto della propria natura più intima.

Al di là di un substrato cattolico, contano la naturale propensione, e l’ambiente sociale dal quale si proviene:

«Avevo sempre evitato lo scontro fisico e non avevo mai fatto a botte con i miei coetanei (…) avevo praticato a lungo la scherma, forse come modo signorile di scontro con altri esseri umani senza toccarli con le mani» (p. 97-98).

Come non ricordare un famoso passo di Primo Levi – citato dallo stesso Pavone nella sua opera maggiore – quando riflette sulla propria inadeguatezza all’uso delle armi:

«Non ho mai saputo “rendere il colpo”, non per santità evangelica né per aristocrazia intellettualistica, ma per intrinseca incapacità (…) fare a pugni è un’esperienza che mi manca, fin dall’età più remota a cui arrivi la mia memoria; né posso dire di rimpiangerla (…) chiedo giustizia, ma non sono capace, personalmente, di fare a pugni né di rendere il colpo».[5]

 Inferire da questa constatazione una pregiudiziale presa di distanza dalla lotta armata, e dai terribili dilemmi che fatalmente essa pone, non sarebbe sensato, né le riflessioni evocate ne La mia Resistenza lo consentono.

Le pagine – penso in particolare al cap. VII del Saggio sulla moralità – dedicate da Pavone alla drammaticità che l’ineludibile uso dello ius vitae ac necis da parte dei partigiani comporta, restano tra i suoi contributi più alti al rinnovamento della nostra storiografia in argomento. Che alla profondità ed originalità delle sue riflessioni storiografiche Pavone sia giunto, oltre che attraverso una vita di studio, anche grazie al giovanile coraggio di calarsi concretamente, secondo natura e propensioni, nella lotta di liberazione, a me pare indubitabile:

«I giovani spesso guardano alla morte come cosa lontana e un poco astratta; ma uccidere ed essere uccisi erano cose concrete e vicine». (p. 31)


[1] Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2007, p. 11; le citazioni di Claudio Pavone a rinforzo di questa affermazione sono tratte da Edward Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino 1966, p. 27, e da Arno J. Mayer, The furies. Violence andTerror in the French and Russian Revolutions, Princeton University Press, Princeton 2000, p. XIII.

[2] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991, pp.XI-XII.

[3] Claudio Pavone, Prima lezione cit., p. 119.

[4] Claudio Pavone, Prima lezione cit. p. 12.

[5] Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986. Il brano è parzialmente citato anche dallo stesso Claudio Pavone a p. 422 del Saggio sulla moralità della Resistenza.