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L'Apologia di fascismo, cos'è e quando si applica - Parte 2

esponente neofascista

Nell'ultimo articolo di questa rubrica abbiamo affrontato una prima problematica inerente all’apologia del fascismo, analizzando soprattutto la sua disciplina, nella Legge Scelba e nella Legge Mancino, e alcune sentenze della giurisprudenza. Vediamo ora alcuni casi concreti, partendo da movimenti o partiti che pongono dubbi circa la loro legittimità rispetto al reato di apologia del fascismo.

Un esempio è il caso del movimento “Fascismo e Libertà”, costituito nel 1991, che è stato oggetto di numerose sentenze, nessuna delle quali è risultata di condanna nei confronti degli esponenti e/o fondatori del movimento. Per quale motivo nessun componente di questo movimento ha subito una condanna per “apologia del fascismo”, nonostante il nome del movimento stesso? È palese il richiamo al Partito Fascista che dal 1924 (quando la concorrenza politica è stata definitivamente deragliata) in poi ha costituito, fino al 1943 (e fino al 1945, con la Repubblica di Salò), il partito al governo in Italia e che ha portato il Paese a subire una dittatura, nonché ad entrare in guerra. Oggi, la ricostituzione dell’originario partito fascista, come abbiamo visto in precedenza, è rigorosamente vietata. I due piani vanno però tenuti distinti: il fatto di contenere nel nome di un movimento la parola “fascismo” non costituisce di per sé una ricostituzione del disciolto partito originario. Perché? Lo vediamo analizzando le sentenze emanate a seguito dei processi promossi contro questo movimento, “Fascismo e Libertà”.

 

Esponenti di Fascismo e Libertà.
Esponenti di "Fascismo e Libertà".

 

La prima sentenza che analizziamo è del 1998, rilasciata dal Tribunale civile e penale di Milano. Oggetto della sentenza è l’accusa ad uno dei fondatori del movimento “Fascismo e Libertà” di promuovere la diffusione delle ideologie fasciste, tramite opuscoli e manifesti, che presentavano simbologie attinenti a queste ideologie. Le accuse sono state rigettate dal Tribunale di Milano, sulla base della lettura restrittiva (applicabile cioè solo a pochi casi concreti) della legge 645 del 1952 (legge Scelba), considerato che il movimento non sembrava perseguire scopi da quella stessa legge puniti, cioè oltre alla ricostruzione del partito fascista, in generale anche la repressione della democrazia e l’uso della violenza come strumento di lotta politica.

Afferma il Tribunale di Milano: “[...]tale norma (la legge Scelba), nell’individuare i gruppi e le associazioni che integrano riorganizzazione del disciolto partito fascista, assume quale dato caratterizzante il perseguimento delle finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, differenziando i mezzi e le modalità di tale perseguimento[...]”. La Corte ha ritenuto che il movimento in questione non rispondesse alle caratteristiche elencate nella Legge e non potesse quindi essere considerato illecito. Contrari alla Legge Scelba sono considerati i movimenti o i partiti che, a prescindere dalla denominazione, perseguono formalmente e sostanzialmente, obiettivi comuni e riconducibili all’originario partito fascista, in particolare si menziona nella sentenza, “la soppressione delle libertà costituzionalmente garantite”, nonché la “denigrazione della democrazia” e “l’esaltazione dell’uso della violenza”. Il Movimento “Fascismo e Libertà” non risponde a questi criteri, alla luce di quanto affermato nello statuto e nell’atto costitutivo, che non accennano ad obiettivi antidemocratici, né ad esponenti o principi tipici del movimento fascista.

Il solo richiamo al fascismo nella denominazione del movimento, quindi, non è sufficiente ad incriminare i suoi fondatori o membri per apologia; e, come si evince dallo studio del caso concreto da cui deriva questa sentenza, nemmeno l’utilizzo di simbologia riconducibile all’ideologia fascista, fintantoché ciò non espliciti fini e modalità contrari alle Costituzione e tipici della conformazione originaria del partito.

Altra sentenza che riguarda il movimento in questione è emanata dal Tribunale di Novara, e riguarda la propaganda effettuata da alcuni membri, tramite l’affissione di manifesti, in cui ricorrevano simbologie fasciste, in particolare il Fascio Littorio, e alcune frasi rievocative di fatti storici, come “né comunismo, né capitalismo. La storia non si è fermata a piazza Loreto e Mussolini vince”. La questione è la medesima del caso precedente: questo tipo di propaganda è coerente con la libertà di manifestazione del pensiero, o viola la Legge Scelba ed è quindi punibile?

 

Un manifesto del movimento Fascismo e Libertà.
Un manifesto del movimento "Fascismo e Libertà".

 

La stessa soluzione della sentenza precedente è adottata anche questa volta: si ribadisce che la condanna è apologetica, solo quando costituisce una diretta ed inequivoca rievocazione e ricostruzione del partito, avente le caratteristiche indicate dalla legge, cioè l’antigiuridicità e la potenziale offensività, intesa come concreta possibilità di dar nuovamente vita al partito fascista. I fatti realizzati dagli imputati, in altri termini, non costituiscono una condotta offensiva del bene giuridico tutelato dalla norma che punisce l’apologia del fascismo, sebbene finalizzati a incitare l’adesione al movimento.

“[...]In buona sostanza, può affermarsi che la condotta (dell’imputato) si sia limitata a una rievocazione, in termini nostalgici, di un determinato periodo storico, ed all’invito, pubblicamente esteso, a condividere le idee propugnate[...]”. Assolto, dunque, perché il fatto non sussiste. Anzi, il soggetto ha agito esercitando un proprio diritto. Quello che in apparenza poteva sembrare inequivocabilmente un reato, si è in realtà rivelato essere un comportamento pienamente lecito, e addirittura tutelato costituzionalmente: l’esercizio del diritto di manifestare il proprio pensiero.

Abbiamo visto un caso, quindi in cui la Legge Scelba non è stata applicata, perché non si erano presentati i requisiti necessari. Ma vediamo invece come questa legge, anche se raramente, sia stata applicata nel corso della storia.

In base alle disposizioni della Legge Scelba, solo tre movimenti sono stati finora sciolti per apologia del fascismo: Ordine Nuovo, nato nel 1969, e sciolto nel 1973, Avanguardia Nazionale nel 1976, e il Fronte Nazionale nel 2000.

Il Movimento Politico Ordine Nuovo nasce nel 1969, dopo che alcuni appartenenti al Centro Studi Ordine Nuovo (movimento culturale di destra, fondato nel 1956 da Pino Rauti), decisero di distaccarsi dal fondatore, come opposizione al rientro di quest’ultimo nell’MSI, considerato un partito asservito alla borghesia e all’imperialismo statunitense. Parte dell’attività di propaganda del movimento comprendeva la pubblicazione di un giornale, l’Ordine Nuovo Azione.

 

Simbolo del "Movimento Politico Ordine Nuovo".
Simbolo del "Movimento Politico Ordine Nuovo".

 

Ordine Nuovo costituisce l’esempio più noto di movimento extraparlamentare di estrema destra, caratterizzato dall’esaltazione delle idee classiche del fascismo, nonché da corsi volti alla formazione politica e ideologica degli aspiranti membri, tramite la lettura di volumi come il Mein Kampf di Hitler. Fu smantellato proprio per violazione della Legge Scelba. Il processo nei confronti di trenta militanti del movimento è cominciato nel giugno 1973, e si è concluso con altrettante condanne, di pena variabile; successivamente, 119 militanti sono stati condannati, per la stessa accusa. A seguito delle condanne, è stato decretato lo scioglimento del movimento, nel novembre 1973, da parte del Ministro dell’Interno Taviani. A margine notiamo che nel 2005 l’ultima sentenza della Cassazione riguardo la Strage di Piazza Fontana, pur non individuando gli esecutori materiali dell’attentato, ha affermato che esso è stato perpetrato da una cellula eversiva di Ordine Nuovo.

Per quanto riguarda Avanguardia Nazionale, il movimento fu fondato nell’aprile 1960 da Stefano delle Chiaie, e altri appartenenti al Movimento Politico Ordine Nuovo, i quali si opponevano alla decisione di Rauti di mantenere il movimento al di fuori dell’ambito politico; infatti, la maggioranza dell’attività di Avanguardia Nazionale si svolse in piazza; il gruppo si autosciolse una prima volta nel 1965, a causa delle pressioni ricevute dall’autorità giudiziaria.

 

Una cena organizzata da esponenti di "Avanguardia Nazionale" nel novembre 2018.
Una cena organizzata da esponenti di "Avanguardia Nazionale" nel novembre 2018.

 

L’attività riprende però nel 1970, strettamente legata a quella del fondatore del Fronte Nazionale, fondato nel 1968 da Junio Valerio Borghese. Il famoso golpe tentato da quest'ultimo nel 1970 vedeva la partecipazione degli sforzi congiunti di Fronte Nazionale e Avanguardia Nazionale. L’episodio fu un tentativo di colpo di stato, avvenuto nella notte tra il 7 e l’8 dicembre a Roma. Un tentativo interrotto dagli stessi organizzatori, per motivi mai chiariti. Lo scopo del Fronte Nazionale era quello di creare una Repubblica Presidenziale, rovesciando cioè la democrazia per instaurare un regime militare. Nello specifico, erano in programma l’occupazione degli uffici della Rai TV, del Ministero degli Interni e della Difesa, l’uccisione del Capo della Polizia e del Capo dello Stato (Giuseppe Saragat). Questo golpe abortito verrà scoperto soltanto nel marzo 1971, ed è da quel momento che cominceranno le indagini per insurrezione armata con lo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato, un reato per cui è prevista la pena dell’ergastolo. Borghese, per evitare l’arresto, si diede alla fuga in Spagna, protetto dal regime fascista di Franco, dove morì nel 1974. Il fatto che il golpe fosse stato interrotto durante la sua esecuzione fece sorgere molti dubbi circa l’effettivo avvenimento dell’attentato, rendendo difficile una posizione giuridica netta. In effetti, gli organizzatori e i partecipanti vennero arrestati, ma assolti definitivamente nel 1984.

Questo episodio ci fa capire quindi come l’attività di questi movimenti - tutti e tre, ricordiamo, disciolti proprio in base alla Legge Scelba - si sia tradotta in un pericolo vero e proprio di ricostituzione del partito fascista, tramite azioni di stampo violento e a volte perfino paramilitare. Abbiamo visto infatti come la normativa sia interpretata in modo ristretto, proprio per rispettare altre istanze costituzionali, quelle che tutelano i diritti degli individui (tra cui la libertà di manifestazione del pensiero), quindi lo scioglimento di questi movimenti è evidentemente stato ritenuto legittimo e anzi necessario, al fine di evitare la lesione del bene giuridico posto a tutela dalla Legge in questione, cioè il sistema pluralista e democratico del nostro ordinamento.