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L'Apologia di fascismo, cos'è e quando si applica - Parte 3

manifestazione casapuond

Proseguiamo nella nostra analisi giuridico-penale del reato di “Apologia del Fascismo”.

Nei primi due articoli dedicati all'argomento abbiamo affrontato due temi: la disciplina generale, e l’applicazione della normativa. Abbiamo fatto riferimento a movimenti e gruppi che richiamavano il disciolto partito fascista, ponendo in pericolo il regime repubblicano e democratico fondato sulla Costituzione.

Oggi invece affrontiamo l’aspetto più legato al concetto di apologia, ossia le manifestazioni, spesso commemorative, che presentano simbologie e comportamenti riconducibili all’ideologia fascista (art. 5 della Legge Scelba, “manifestazioni fasciste”).

La Legge Mancino del 1993, che abbiamo già incontrato, amplia il novero dei casi. Per tale legge è possibile anche la repressione della diffusione di idee fondate sulla superiorità della razza e sulla violenza dovuta a motivi etnici e razziali. In quest'ambito si sono presentate numerose casistiche nei nostri tribunali, inclusi la Suprema Corte e la Corte Costituzionale.

I casi in cui il risultato del giudizio ha rilevato la presenza di tale reato sono però relativamente pochi. Vediamo come mai.

Ricordiamo ciò che abbiamo sottolineato negli articoli precedenti, e cioè che la Legge Scelba e la Legge Mancino tutelano, come bene giuridico, il presente assetto democratico e costituzionale del Paese.

In questo modo pongono nella sfera dell’illiceità penale quei comportamenti che costituiscono in concreto un pericolo per la ricostruzione del disciolto partito fascista. È importante sottolineare l’aggettivo “concreto”, perché è attorno a questa concezione che ruota l’applicazione della disciplina del reato.

Infatti, anche se il saluto romano o l'esposizione del fascio littorio possono indignare e spaventare, non sempre sono estremi sufficienti per ravvisare il reato. Analizziamo quindi alcuni casi concreti.

Partiamo da un caso presentato al Tribunale di Milano, e arrivato fino in Cassazione nel 2018: una commemorazione di tre caduti repubblichini, previamente autorizzata, finì nel mirino degli inquirenti per il reato di manifestazione fascista (art. 5 legge Scelba). La manifestazione era stata contestata soprattutto dall’ANPI, che ne aveva richiesto il divieto. Nella commemorazione infatti venivano poste in essere alcune condotte tipiche del disciolto partito fascista, in particolare il saluto romano, preceduto dalla “chiamata del presente.

La Cassazione però non ha riscontrato gli estremi del reato ipotizzato. Secondo i giudici la finalità puramente commemorativa della manifestazione rendeva di fatto il pericolo di ricostruzione del Partito Fascista tutt'altro che concreto. Infatti, la Cassazione afferma: «Benché sia indubbio che sia stato posto in essere un gesto avente una precisa simbologia fascista (ossia il saluto romano) [...] le circostanze concrete tuttavia portano ad escludere che tale gesto si sia verificato in ambiti tali da determinare un serio pericolo di riorganizzazione del partito fascista».

Quindi, seguendo l’interpretazione della Corte Costituzionale, anche la Cassazione ha interpretato il reato di apologia di fascismo come reato “di pericolo concreto”.

Va cioè valutato ogni singolo caso da parte del giudice di merito, affinché sia stabilita la possibilità di ogni manifestazione di incrementare l'adesione all'ideologia propugnata. È una categoria contrapposta ai reati “di pericolo astratto”, quelli cioè in cui il pericolo è presunto dal legislatore, a prescindere dal contesto concreto.

Per capire meglio quest’ultimo concetto, facciamo riferimento a un altro caso, anch’esso arrivato fino in Cassazione (sez. I, sent. 12 settembre 2014, n. 37577).

Anche in questo caso si tratta di una commemorazione, stavolta di vittime delle Foibe, tenutasi a Bolzano nel febbraio 2009. In questo caso, però, la Corte di Cassazione ha confermato la soluzione del caso fornita dalla Corte d’Appello di Trento (Sezione Distaccata di Bolzano), che aveva condannato gli imputati proprio per il reato di cui all’art. 5 della Legge Scelba, che recita: “Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione sino a tre anni e con la multa da lire 400.000 a 1.000.000”.

Si tratta della previsione del reato di manifestazioni fasciste, reato anch’esso di pericolo, correlato alla pubblicità delle manifestazioni e riunioni, che si caratterizzano quindi per la loro idoneità a costituire o meno un pericolo concreto per le istituzioni democratiche.

In questo caso, evidentemente, la Cassazione ha ritenuto che le manifestazioni in questione evidenziassero l’adesione dei soggetti all’ideologia fascista, basata sull’uso della violenza come strumento di lotta politica e sulla discriminazione razziale.

La Cassazione afferma che il saluto romano rientra tra le fattispecie concrete che integrano il fatto tipico delineato a base del reato che analizziamo, posto che è stato realizzato in manifestazione pubblica. “La punibilità”, spiega la Cassazione, “deriva, ad avviso della Corte territoriale, dal fatto che le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista risultano operate in pubblico e pertanto appaiono idonee a determinare una situazione di pericolo per le istituzioni democratiche correlato alla volontà degli agenti di suscitare consensi e diffondere concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste.

Nella sentenza in questione c'è un importante richiamo al fattore temporale: la Suprema Corte ricorda che “nulla autorizza a ritenere (come sostenuto dal ricorrente) che il decorso di ormai molti anni dall'entrata in vigore della Costituzione renda scarsamente attuale il rischio di ricostituzione di organismi politico-ideologici aventi comune patrimonio ideale con il disciolto partito fascista o altre formazioni politiche analoghe”.

Insomma, la sua distanza nel tempo non rende il fascismo meno rischioso. Inoltre, continua la Corte, non mancano episodi recenti in cui tale rischio si è concretizzato, ponendo in serio pericolo la democraticità dell’ordinamento, come testimonia l’adozione della Convenzione Internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, sottoscritta a New York il 7 marzo 1966.

In quest’ultimo testo normativo, tra l’altro, si è introdotta l’incriminazione delle manifestazioni esteriori, tenute in pubbliche riunioni, che rimandano a gruppi o associazioni che presentano come scopo l’incitamento all’odio o alla violenza, soprattutto per motivi razziali o etnici.

In breve, la Corte afferma che la manifestazione del libero pensiero incontra un limite negli interessi costituzionalmente tutelati, che sono di rango superiore. Del resto, come abbiamo già visto, non è possibile limitare la libertà di manifestazione del pensiero, se non per motivi davvero molto gravi; ma un pericolo concreto per le istituzioni democratiche, appunto, è uno di questi motivi.

Ed è stato riscontrato alla luce delle particolari circostanze che hanno caratterizzato il caso.